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Dedichiamo
questa «Nota Pastorale» alla domenica, per sollecitare un preciso urgente
rinnovamento pastorale: una catechesi adeguata, una celebrazione degna, una
testimonianza chiara del «giorno del Signore» da dare a questa nostra società.
Faremo anche un breve riferimento all'anno liturgico, perché il succedersi
delle domeniche ne costituisce la fondamentale scansione settimanale. Ma
sull'anno liturgico torneremo con orientamenti più organici in un prossimo
futuro. Raccomandiamo che questa «Nota», che viene pubblicata per delibera
della XXIII Assemblea Generale della C.E.I. (7-11 maggio 1984), sia letta nel
contesto del nostro documento Eucaristia,
comunione e comunità, di cui vuole essere sostegno ed esplicitazione, e sia punto di
riferimento per il comune impegno assieme a tanti altri preziosi documenti con
cui in questi anni molti Vescovi hanno arricchito la vita delle loro comunità.
I. GIORNO GRANDE E SACRO
1.
Nell'attuale
sforzo di rinnovamento liturgico e pastorale voluto dal Concilio Vaticano II e
promosso con impegno durante tutti questi anni dalla Conferenza Episcopale
Italiana, particolare attenzione ha meritato la domenica, considerata
nell'economia del mistero liturgico e di tutta l'attività pastorale della
Chiesa.
«Giorno del Signore» e
«signore dei giorni» (come lo definisce un sermone del secolo V),
la domenica è il giorno in cui la Chiesa, per una tradizione che «trae origine
dallo stesso giorno della resurrezione»,
celebra attraverso i secoli il mistero pasquale di Cristo, sorgente e causa di
salvezza per l'uomo.
«Festa primordiale»
della comunità cristiana, pasqua settimanale, sintesi mirabile e viva di tutto
il mistero della salvezza, dalla prima venuta del Cristo all'attesa del suo
ritorno, la domenica ha costituito, con il suo ritmo settimanale, il nucleo
primitivo della celebrazione del mistero di Cristo nella successione dei diversi
tempi e dell'intero anno liturgico.
Il
giorno che il Signore ha fatto
2.
Se la domenica è detta giustamente «giorno del Signore» (dies Domini), ciò non è innanzitutto perché essa è il giorno che
l'uomo dedica al culto del suo Signore, ma perché essa è il dono prezioso che
Dio fa al suo popolo: «Questo è il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed
esultiamo» (Sal 117,24). «Tutto ciò
che Dio ha creato di più grande e di più sacro - ricordava Leone Magno - è
stato da lui compiuto nella dignità di questo giorno»:
l'inizio della creazione, la risurrezione del Figlio suo, l'effusione dello
Spirito Santo, ebbero ugualmente luogo in questo giorno. Per questo, nessun
altro giorno è altrettanto sacro quanto la domenica.
Un
segno di fedeltà
3.
La celebrazione della domenica è per la Chiesa un segno di fedeltà al suo
Signore. Sempre, attraverso i secoli, il popolo cristiano ha circondato di
speciale riverenza e ha vissuto in intima profonda letizia questo sacro giorno.
La Chiesa, infatti, lo ha ricevuto, non lo ha creato: esso è per lei un dono:
può goderne, ma non può né manipolarlo né cambiarne il ritmo, o il senso, o
la struttura; esso infatti appartiene a Cristo e al suo mistero.
Alla Chiesa non resta che impegnarsi in uno sforzo di intelligenza e d'amore,
che la conduca a penetrarne sempre più profondamente il senso, la fecondità e
il valore, per rendere a sua volta il giorno del Signore sempre più trasparente
e persuasivo per l'uomo a cui lo deve annunciare.
L'impronta
dello Spirito
4.
Sorretta e animata dallo Spirito, la Chiesa, attraverso i secoli, ha conferito
alla domenica una fisionomia assai viva e ben caratterizzata: giorno
dell'Eucaristia e della preghiera, giorno della comunità e della famiglia,
giorno del riposo e della festa, giorno della libertà dalle cure e dalle
fatiche quotidiane (specie per i più poveri, i servi, gli schiavi)
nell'anticipazione della libertà ultima e definitiva dalla servitù e dal
bisogno.
In questo modo la domenica cristiana ha ricuperato e fatto propri anche alcuni
dei caratteri del sabato ebraico. Inoltre, essa è divenuta il giorno in cui
dedicarsi più largamente alle opere di carità e all'insegnamento religioso.
5.
Ma in questo nostro tempo, specialmente nelle società fortemente
industrializzate e ad elevato benessere, nuove condizioni e nuove abitudini di
vita stanno esponendo la domenica a un processo di profonda trasformazione.
Questo fenomeno di natura prevalentemente socio-culturale merita la massima
considerazione da parte nostra. Esso infatti comporta acquisizioni e vantaggi
largamente positivi per l'uomo, e tutto ciò che concorre a una vera crescita
umana merita la sincera stima della Chiesa.
Tuttavia ciò può comportare anche pericoli non indifferenti, sia per l'uomo,
sia per il cristiano, e un certo sfaldamento della comunità familiare e di
quella religiosa ne è un chiaro esempio. In questa situazione è possibile che
il giorno della festa perda il suo significato cristiano originario per
risolversi in un giorno di puro riposo o di evasione, nel quale l'uomo, vestito
a festa, ma incapace di fare festa finisce con il chiudersi in un orizzonte
tanto ristretto che non gli consente più di vedere il cielo.
Un
sostegno alla riflessione
6.
Consapevoli di questo pericolo e pastoralmente solleciti della fede e della vita
cristiana del popolo a noi affidato dal «pastore supremo» (cf. 1
Pt 5,4), abbiamo già richiamato brevemente tutto questo in un capitolo del
nostro recente documento Eucaristia,
comunione e comunità.
Ora, però, sentiamo l'urgenza di ritornare più diffusamente e più
analiticamente sui problemi che l'evoluzione oggi in atto nella nostra società
e nelle nostre comunità cristiane comporta.
Ci sorregge e ci guida la speranza di poter offrire con queste pagine un
sostegno alla riflessione dei pastori e dei fedeli, e un chiaro orientamento
pastorale per la vita liturgica e per la spiritualità della Chiesa in Italia.
II.
LA DOMENICA DEL MISTERO DI CRISTO E DELLA CHIESA
7.
«Non possiamo vivere senza celebrare il giorno del Signore!». Con questa bella
testimonianza sulle labbra, i 49 martiri di Abitène con a capo il prete
Saturnino affrontarono gioiosamente la morte piuttosto che rinunciare a
celebrare il giorno del Signore:
il «giorno nuovo», il primo della nuova creazione inaugurata dalla
risurrezione di Cristo, nella quale il tempo mondano (chrònos)
si fa tempo della grazia (kairòs).
Quel giorno era la domenica.
Il
«giorno del Signore»
8.
Già da molto tempo i cristiani avevano abbandonato il sabato come giorno da
dedicare a Dio nel riposo e nel culto, e lo avevano sostituito con il primo
giorno dopo il sabato (l'una sabbatorum),
il primo della settimana; perché vero giorno del Signore ormai non sarà più
quello in cui Dio si riposa dalle sue opere, ma quello in cui egli agisce per la
vita e per la salvezza dell'uomo.
«Osserva il giorno di sabato
per santificarlo», suona il comandamento dell'Antica Alleanza (Dt
5,12). La Chiesa, comunità dei credenti in Cristo, depositaria della Nuova
Alleanza nel suo sangue (cf Lc 22,20; 1 Cor 11,25), prese invece a celebrare il ricordo nello stesso
giorno in cui il Signore è risorto ed è apparso ai discepoli e ha spezzato il
pane per due di loro, a Emmaus (cf Lc 24,30).
Egli stesso, infatti, aveva come suggerito e consacrato il ritmo settimanale del
giorno da dedicare al suo ricordo, apparendo di nuovo, otto giorni dopo, agli
Undici riuniti nello stesso luogo (cf. Gv
20,26).
Da allora il cristiano non potrebbe più vivere senza celebrare quel giorno e
quel mistero. Prima di essere una questione di precetto, è una questione di
identità. Il cristiano ha bisogno della domenica. Dal precetto si può anche
evadere, dal bisogno no.
Il
«giorno della Chiesa»
9.
Chiesa vuol dire assemblea; la Chiesa vive e si realizza innanzitutto quando si
raccoglie in assemblea convocata dal Risorto («là mi vedranno», cf Mt
28,10) e riunita nel suo Spirito.
Il «dies dominicus» è anche il «dies
Ecclesiae», il giorno della Chiesa.
Una comunità riunita nella fede e nella carità è il primo sacramento della
presenza del Signore in mezzo ai suoi: nel segno umile, ma vero, del convenire
in unum (cf 1 Cor 11,20), nel
ritrovarsi dei molti nell'unità di «un cuore solo e un'anima sola» (cf At
4,32), si manifesta l'unità di quel corpo misterioso di Cristo che è la
Chiesa.
L'assemblea cristiana, sacramento della presenza di Cristo nel mondo, deve saper
esprimere in se stessa la verità del suo «segno»:
- nell'amabilità dell'accoglienza che sa fare unità fra tutti i presenti;
- nell'intensità della preghiera che sa aprire alla comunione con tutti i
fratelli nella fede, anche lontani;
-nella generosità della carità che sa farsi carico delle necessità di tutti i
poveri e dei bisognosi, il cui grido la raggiunge da ogni parte della terra;
- nella varietà dei ministeri, infine, che sa esprimere tutta la ricchezza dei
doni che lo Spirito effonde nella sua Chiesa e i diversi compiti che la comunità
affida ai suoi membri.
Una
sola mensa per tutti
10.
Nella sua forma più piena e più perfetta, l'assemblea si realizza quando è
radunata attorno al suo Vescovo, o a coloro che, a lui associati con l'Ordine
sacro nello stesso sacerdozio ministeriale, legittimamente lo rappresentano
nelle singole porzioni del suo gregge, le parrocchie.
Questa pienezza è tale da accogliere e assumere in sé ogni dono e ogni
ministero particolare. Il gruppo, o il movimento, da soli, non sono l'assemblea;
essi stessi sono parte dell'assemblea domenicale, così come sono parte della
Chiesa.
Per tutti vale la raccomandazione della Chiesa antica a «non diminuire la
Chiesa e a non ridurre di un membro il Corpo di Cristo con la propria assenza».
E il Corpo del Signore non è impoverito solo da chi non va affatto
all'assemblea, ma anche da coloro che, rifuggendo dalla mensa comune, aspirano a
sedersi a una mensa privilegiata e più ricca: non sembrano infatti somigliare a
quei cristiani di Corinto che rifiutavano di mettere in comune il loro ricco
pasto con i più poveri (cf 1 Cor
11,21)?
Se l'Eucaristia è condivisione (espressa nel gesto dello spezzare il pane)
sull'esempio di Colui che non ha risparmiato nulla di sé, allora chi ha più
ricevuto, più sia disposto a donare, anche quando donare potrà sembrare
perdere.
Il
«giorno dell'Eucaristia»
11.
Fin dalla prima origine, la Chiesa solennizzò il giorno del Signore con la
celebrazione della «frazione del Pane» (cf At
20,7),
con la proclamazione della Parola di Dio (cf At
20,21)
e con opere di carità e di assistenza ( cf I
Cor 16,2).
L'esempio l'aveva dato il Maestro. Nello stesso giorno della sua risurrezione,
egli aveva spezzato il pane per i discepoli di Emmaus, dopo che con la sua
presenza e la sua parola li aveva confortati lungo il cammino, spiegando loro
tutto ciò che nella Scritture si riferiva a lui (cf Lc
24,27).
Da allora la Chiesa ha sempre santificato il giorno del Signore con la
celebrazione del memoriale del suo sacrificio nel quale la proclamazione della
Parola, la frazione del pane e la diaconia della carità sono intimamente unite.
In questo modo essa perpetua la presenza del Risorto nel suo triplice dono: la
Parola, il Sacramento, il Servizio.
Nella Chiesa primitiva questi tre aspetti erano sempre strettamente congiunti.
Non è stato un guadagno per la prassi successiva l'aver ridotto tutto al solo
momento rituale, al Sacramento.
12.
Tutto ciò appare sempre più chiaro alla coscienza cristiana; se la domenica è
il giorno dell'Eucaristia, ciò non è solo perché è il giorno in cui si
partecipa alla Messa, quanto piuttosto perché in quel giorno, più che in
qualunque altro, il cristiano cerca di fare della sua vita un dono, un
sacrificio spirituale gradito a Dio, a imitazione di colui che nel suo
sacrificio ha fatto della propria vita un dono al Padre e ai fratelli.
Parola che annuncia e ripropone questo dono di sé, sacramento che lo comunica
significandolo nella frazione del Pane come gesto della condivisione,
disponibilità al servizio che nasce direttamente dalla stessa carità di
Cristo: questa è la vita eucaristicamente vissuta.
A tutto questo dovrà mirare la pastorale e la celebrazione dell'Eucaristia
domenicale. Accontentarsi di garantire a tutti, in qualunque modo e a qualunque
prezzo, la semplice soddisfazione del precetto festivo sarebbe ben povera cosa.
Il precetto sarà accolto con sicurezza, se innanzitutto sarà compreso il
significato reale e complessivo dell'Eucaristia domenicale.
Il
«giorno della missione»
13.
L'Eucaristia non è solo un rito, ma anche una scuola di vita. Essa non può
esaurirsi entro le mura del tempio, ma tende necessariamente a varcarle per
diventare impegno di testimonianza e servizio di carità.
Quando l'assemblea si scioglie e si è rinviati alla vita, è tutta la vita che
deve diventare dono di sé. È anche questo un significato del comandamento del
Signore: «Fate questo in memoria di me».
Ogni cristiano che abbia compreso il senso di ciò cui ha partecipato, si sentirà
debitore verso ogni fratello di ciò che ha ricevuto. «Andate ad annunziare ai
miei fratelli» (Mt 28,10): la
chiamata diventa missione, il dono diventa responsabilità, e chiede di essere
condiviso.
I due discepoli di Emmaus, lasciato il villaggio, tornarono a Gerusalemme per
annunciare lietamente ai fratelli che avevano visto il Signore (cf Lc
24,33-35).
Attraverso la gioia di coloro che hanno risposto alla chiamata, è il Risorto
che vuole raggiungere ogni altro fratello, ogni uomo: coloro che non hanno
potuto rispondere, che non hanno voluto rispondere, che non hanno neppure
sentito la chiamata.
Nel rispetto dovuto alla libertà di ciascuno, il cristiano non può rimanere
indifferente di fronte alla lontananza o alla latitanza di tanti suoi fratelli.
Ognuno ne è responsabile per la sua parte.
Il
«giorno della carità»
14.
La propria testimonianza di fede nel Signore risorto e la propria missione si
esprimono in modo privilegiato con il servizio nella carità.
Se il frutto dell'Eucaristia è la conformazione al Cristo, l'attenzione ai più
infelici, ai poveri, ai malati, a chi è nella solitudine, sarà certo uno dei
segni più trasparenti della sua efficacia.
Una visita, un dono, una telefonata, ma anche un impegno più serio e
perseverante là dove c'è bisogno, possono portare luce in una giornata
altrimenti triste e grigia.
Particolare valore va riconosciuto, in questa prospettiva, al servizio dei
ministri straordinari della Comunione, attraverso i quali l'Eucaristia
domenicale giunge a coloro che, impediti per l'età, per la malattia o altro,
rimarrebbero altrimenti privi del suo conforto e del vincolo che li unisce alla
comunità.
Ugualmente preziose le offerte per le necessità della comunità, del culto e
dei poveri. L'assoluta trasparenza della loro destinazione e utilizzazione
favorirà certamente questa forma di condivisione che già san Paolo
raccomandava (cf 2 Cor 8,14) e Giustino testimoniava nel II secolo.
Il
«giorno della festa»
15.
Ogni festa nasce dalla concorrenza di due fattori: un evento importante da
vivere e il bisogno di ritrovarsi per celebrarlo gioiosamente insieme.
Tale è anche la domenica del cristiano.
Essa infatti trae origine dalla Risurrezione, evento tanto decisivo da meritare
d'essere commemorato e celebrato ogni settimana. Per sua natura, e per espressa
volontà di Cristo, tale evento non può che essere vissuto comunitariamente.
Astenersi dal lavoro e dalla fatica, deporre la tristezza delle cure quotidiane,
oltre che costituire la condizione indispensabile per partecipare alla festa
comune, diventa affermazione del trionfo della vita, del primato della gioia: «Il
giorno di domenica siate sempre lieti, perché colui che si rattrista in giorno
di domenica fa peccato».
16.
In questa prospettiva il riposo domenicale e festivo acquista una dimensione non
solo reale, ma anche ed essenzialmente simbolica e profetica. Il riposo
cristiano afferma la superiorità dell'uomo sull'ambiente che lo circonda: egli
riconosce come suo il mondo in cui è chiamato a vivere, ma progetta e anticipa
il mondo nuovo e una liberazione definitiva e totale dalla servitù dei bisogni.
La nostalgia dell'Eden e l'impazienza per «la libertà della gloria dei figli
di Dio» (Rm 8,21) sono ugualmente
significati in quel riposo.
17.
Questo giorno, così pieno di divino e di umano, illuminerà poi di sé tutti
gli altri giorni.
Ritroveranno la giusta dimensione le cure quotidiane che altrimenti ci
travolgono sotto il loro peso.
Le cose per le quali ci affanniamo e che a volte finiscono col dominarci,
ritroveranno la giusta misura.
Le persone che ci vivono accanto avranno il loro vero volto, dopo che le avremo
incontrate «alla festa», e avremo imparato a guardarle come fratelli e sorelle
e «compagni»: termine eucaristico come pochi anche quest'ultimo (cum
e panis), perché l'Eucaristia è
precisamente condivisione dello stesso pane.
L'occhio rinnovato del cristiano vedrà tutto sotto una nuova luce, la luce del
Risorto: la contemplazione libera dalla schiavitù delle cose, l'amore si
sostituisce al calcolo, il dono all'interesse.
La
«festa» in un mondo secolarizzato
18.
Il carattere festivo della domenica è certo quello più immediatamente
percepito e più universalmente condiviso dalla cultura contemporanea. Ma la
domenica dell'uomo secolarizzato non è la stessa del cristiano. L'uomo
secolarizzato vive la sua domenica soprattutto come giorno di riposo dal lavoro
e la sua festa spesso si riduce al semplice sentirsi liberato dal peso e dai
fastidi della fatica quotidiana; un giorno di vacanza che è quasi solo
evasione.
La cultura contemporanea secolarizzata, infatti, ha svuotato la domenica del suo
significato religioso originario e tende a sostituirlo sia con la fuga nel
privato sia con nuovi riti di massa: lo sport, la sagra, la discoteca, il
turismo... Linguisticamente si è passati dal «giorno del Signore» al «week-end»,
dal «primo giorno della settimana» al «fine settimana».
19.
Fattori importanti e oggettivi hanno contribuito a tale evoluzione: il passaggio
da una cultura prevalentemente rurale a una di tipo urbano e industriale con
forte concentrazione della popolazione nelle aree urbane; i ritmi di lavoro
sempre più incalzanti (specialmente nel settore dei servizi); l'organizzazione
sempre più serrata del tempo libero, sempre più ampio; la maggiore mobilità
delle persone (migrazione interna, facilità di viaggiare, seconda macchina,
seconda casa, ...); le nuove possibilità di praticare sport diversi; la
promozione delle attività culturali, politiche, sportive, che con l'attuale
calendario scolastico e aziendale finiscono per concentrarsi quasi
necessariamente nella domenica.
Nessuna di queste nuove realtà è di per se stessa cattiva o illegittima, ma
non si può negare che da tutto questo può derivare il pericolo della perdita
della dimensione religiosa della vita e del tempo. Il giorno del Signore
potrebbe ridursi così a semplice giorno dell'uomo.
Si apre al proposito uno dei più importanti impegni di un rinnovamento
pastorale che deve saper cogliere gli aspetti positivi del nuovo modo di vivere
la domenica, per valorizzarli e per consentire che i cristiani possano sempre
celebrare degnamente il giorno del Signore ed esserne chiari testimoni.
L'«ottavo
giorno» (dies octavus)
20.
Per la nostra cultura la domenica è anche il settimo giorno. Ma nel suo preciso
significato cristiano la domenica è innanzitutto il primo della settimana, l'una
sabbatorum; il giorno in cui Dio riprende la sua opera creatrice. È anche
il giorno del riposo, pregustazione e pegno del riposo vero, ultimo, eterno; il
giorno che non avrà mai fine, oltre il quale non ci sarà altro giorno:
l'ottavo, l'ultimo, il definitivo.
Il giorno in cui il lavoro cede definitivamente il posto alla contemplazione, il
pianto alla gioia, la lotta alla pace. Non alibi alla pigrizia, ma progetto e
speranza per dare senso e coraggio all'impegno di anticipare già all'oggi ciò
che viene contemplato e sperato come futuro.
Certo, il cristiano non è un ingenuo. Non si illude di poter rendere la terra
un paradiso. Il cristiano non sogna, agisce. E mentre contempla un ideale che sa
irrealizzabile nel presente, si adopera nondimeno perché la realtà somigli
sempre più a quell'ideale. Ma lascia a un altro giorno la sorte d'introdurlo in
quel mondo, in quella vita per tanto tempo contemplata, preparata, attesa.
La
domenica nell'anno liturgico
21.
La domenica non è solo un giorno della settimana, è anche un giorno nel più
grande ritmo annuale.
Piccola «Pasqua settimanale», nucleo primitivo e originario di ogni successivo
sviluppo della pratica cultuale e liturgica,
la domenica vive e respira del mistero di Cristo che culmina nella grande
domenica della Pasqua annuale.
Nello svolgersi tranquillo del ritmo settimanale che, di domenica in domenica,
con una pedagogia proporzionata alla natura dell'uomo, fa rivisitare e rivivere
il mistero di Cristo nei diversi aspetti perché diventi integrale nutrimento
per il cristiano, il Triduo pasquale emerge come momento culminante di tutto
l'anno liturgico.
Intorno ad esso, come unico mistero, sono i «cinquanta giorni» della Pasqua
fino a Pentecoste, «come un sol giorno»,
e i «quaranta giorni» della Quaresima, a preparazione.
In relazione a questo nucleo iniziale e primordiale del culto cristiano si
colloca il Natale con il suo ciclo, strutturato a imitazione di quello pasquale:
un tempo di Natale e un tempo di preparazione, l'Avvento.
Intorno a questi tempi ruota e si impernia tutta la struttura dell'anno
liturgico e progredisce e cresce nel suo cammino di fede la vita del popolo
cristiano.
E durante tutto l'anno, secondo criteri non sempre omogenei (e che dunque
esigono finezza di interpretazione), si sviluppano i diversi momenti della vita
e del mistero di Cristo, dall'Annunciazione alla Presentazione al tempio, alla
solennità del Corpo e Sangue del Signore.
22.
Nella celebrazione dell'anno liturgico la Chiesa venera con particolare amore la
Vergine Maria e fa memoria dei martiri e degli altri santi.
Con il Figlio la Madre; con il Maestro i discepoli. La loro presenza non è
certo di concorrenza, piuttosto di integrazione: essa svela il senso e il
mistero di Dio.
In Maria, congiunta indissolubilmente con l'opera della salvezza, la Chiesa
ammira ed esalta il frutto più eccelso della redenzione e in lei contempla con
gioia ciò che essa desidera e spera di essere. Nei santi, che imitando
fedelmente il Maestro hanno meritato una più piena partecipazione alla sua
gloria, si proclama il mistero pasquale realizzato nella loro vita.
È in comunione con la Madre di
Dio e con tutti i santi che la Chiesa in ogni celebrazione eucaristica implora i
benefici di Dio.
23.
Così, crescendo di anno in anno in Cristo, la Chiesa compie il suo esodo e,
pellegrina nel tempo, si affretta verso il compimento di quella promessa che è
l'anima e il senso di tutta la sua vita. La Chiesa che celebra il mistero
pasquale di tutta la sua vita. La Chiesa che celebra il mistero pasquale di
Cristo ogni domenica e, più solennemente, nella Pasqua annuale, nel corso
dell'anno commemora tutta l'opera salvifica del suo Signore. In questo modo, «essa
apre ai fedeli le ricchezze delle azioni salvifiche e dei meriti del suo
Signore, così da renderli in qualche modo presenti a tutti i tempi, perché i
fedeli possano venirne a contatto ed essere ripieni della grazia della salvezza».
In questa azione salvifica si inserisce l'esistenza e il cammino della Chiesa.
L'anno liturgico costituisce allora l'itinerario ideale per ogni comunità che
voglia crescere nella fede, e offre un punto di sostegno e di comunione ai
diversi itinerari di catechesi e di celebrazione sacramentale.
Questo rispetto dei ritmi dell'anno liturgico esige fedeltà anche al
calendario. Una eccessiva compiacenza per elementi estranei al tempo liturgico,
specialmente nei tempi forti, oltre a comprometterne l'unità e la coerenza,
finisce col diminuirne anche l'efficacia.
III
ORIENTAMENTI PASTORALI
24.
A conclusione di questa Nota, noi,
Vescovi delle Chiese che sono in Italia, rivolgiamo un pressante appello a
tutti, pastori e fedeli, perché ciascuno per la sua parte collabori alla
riscoperta e al ricupero dei valori cristiani che sono all'origine della
domenica.
Conosciamo bene le difficoltà che la cultura, l'organizzazione e lo stile di
vita contemporanei oppongono a questo impegno comune. È vero, d'altra parte,
che il nuovo modo di vivere la domenica oggi può aprire a positivo rinnovamento
pastorale. Si tratta di capire e accogliere istanze che possono essere
importanti significati umani, come è il bisogno festivo o di un gioioso
contatto con la natura e con l'ambiente.
Proprio per questo sarà tanto più necessario che ognuno faccia la sua parte.
Per il resto, tutta la nostra fiducia riposa in quello Spirito che proprio in
questo giorno ci è stato donato.
«Ricordati delle feste per
santificarle»
25.
«Non possiamo vivere senza celebrare il giorno del Signore».
Le parole dei martiri di Abitène tornano attuali per i nostri tempi. L'uomo
contemporaneo si lascia sempre meno raggiungere dai precetti. Certo, nessuno
potrà mai abrogare il comandamento di Dio, ma i suoi comandamenti sono prima di
tutto prove d'amore. Anche in questo caso.
26.
«Soddisfa il precetto di partecipare alla Messa chi vi assiste dovunque venga
celebrata nel rito cattolico, o nello stesso giorno di festa, o nel vespro del
giorno precedente», ricorda la norma della Chiesa.
E se per mancanza del ministro sacro o per altra grave causa diventa impossibile
la partecipazione alla celebrazione eucaristica, la stessa norma raccomanda
vivamente di prendere parte alla liturgia della Parola, se ve n'è qualcuna,
oppure di dedicare un congruo tempo alla preghiera personale o in famiglia o,
secondo l'opportunità, in gruppi di famiglie e di amici.È il Padre che imbandisce
una mensa e invita i suoi figli: i fedeli sono tenuti all'obbligo di
parteciparvi.
Disprezzare l'invito è grave colpa; declinarlo per seri motivi è causa di
rammarico; prendervi parte stancamente significa privarsi dell'abbondanza dei
suoi doni.
27.
Il pastore che esorta i suoi fedeli, i genitori che educano i loro figli a
santificare la festa risulteranno convincenti solo se dalle loro parole
trasparirà la forza persuasiva dell'esperienza.
E come ogni mensa, anche la mensa della parola e dell'Eucaristia va preparata,
perché più ricca e feconda risulti la comune partecipazione.
Ciascuno con i suoi doni e con il suo ministero contribuirà alla crescita del
Corpo mistico di Cristo.
Giorno
del Signore e «fine settimana»
28.
Massima
comprensione ed attenzione, unite a fermezza e coraggio, merita il fenomeno
tutto contemporaneo del «fine settimana», nel quale confluiscono e possono
scontrarsi le diverse esigenze, spesso ugualmente legittime, dei fedeli, e da
cui nascono tante difficoltà e nuovi impegni per la pastorale.
Consideriamo legittima l'aspirazione a cercare fuori del quartiere e della città
un momento di vita più umano, più disteso, più sano, dopo una settimana di
lavoro e di tensione. Ciò risponde a una vera esigenza dell'uomo del nostro
tempo, e la pastorale deve prenderne atto.
Tuttavia non possiamo ignorare i danni che questo modo di vivere può arrecare
non solo alla pratica religiosa, ma alle persone, e, in particolare, alla
comunità familiare. Non di rado, e per non poche famiglie, la domenica è
diventata proprio il giorno della massima estraneità.
29.
La Chiesa ha già cercato, per parte sua, di prendere molto sul serio queste
esigenze dei fedeli, introducendo nella prassi liturgica prima la Messa festiva
vespertina, poi la Messa festiva del sabato sera e delle vigilie delle grandi
solennità. Ma appare sempre più evidente che ciò non può bastare a risolvere
il problema nei suoi molteplici aspetti.
È sempre più necessario
ripensare a fondo il ruolo e gli scogli del «fine settimana» alla luce della
nuova realtà socio-culturale e con il contributo di tutti coloro che vi sono
interessati, se non si vuole che anche la domenica, anziché rappresentare un
momento di crescita per la convivenza umana, finisca con il diventare non solo
una evasione dall'impegno cristiano ma anche un ulteriore motivo di
disgregazione e di alienazione.
30.
In
molti Paesi dell'Occidente, la maggior parte delle attività di cui si è fatto
cenno trovano ormai collocazione nel giorno di sabato, il quale, reso libero
dalla scuola e dal lavoro, tende sempre più a diventare il giorno delle attività
collettive e comunitarie, lasciando libera la domenica per le attività
religiose, per la famiglia, per i rapporti sociali più elementari.
Crediamo che per questa strada molti degli attuali problemi potrebbero essere
avviati a giusta soluzione, anche nel nostro Paese. Quanto meno sarà possibile
offrire un'alternativa praticabile a quanti hanno a cuore, con i nuovi valori,
quelli primari della famiglia e della fede.
31.
Particolare attenzione merita la situazione di coloro che sono impegnati nei
loro lavori e nei servizi che inevitabilmente vanno assicurati anche nei giorni
festivi. È un situazione delicata, che tuttavia non può essere lasciata senza
proposte spirituali adeguate a far vivere anche a loro il giorno del Signore.
Essi stessi sono invitati a non soccombere, per quanto possibile, entro una
struttura di lavoro che a volte non lascia spazio alle esigenze dello spirito.
Ma anche la comunità cristiana deve farsi carico, con i pastori, delle loro
esigenze, ascoltandoli e proponendo iniziative rispondenti alle loro situazioni.
Un
solo altare e una sola assemblea
32.
Ma
nell'urgenza del momento si è spesso portati a cercare soluzioni più immediate
e di più facile applicazione, che non sempre sembrano adatte a conseguire lo
scopo che si prefiggono.
Molti, infatti, preoccupati di offrire a tutti l'opportunità di assolvere al «precetto
festivo», moltiplicano oltre il giusto il numero delle Messe domenicali e, qua
e là, anche delle Messe festive e del sabato sera, o di quelle vespertine della
domenica.
Al di là delle buone intenzioni, questa prassi risulta di grave pregiudizio per
la cura pastorale. Essa, infatti, oltre a provocare un eccessivo frazionamento
della comunità, finisce coll'assorbire quasi tutto il tempo e le energie dei
sacerdoti, sottraendoli alla cura delle zone meno ricche di clero e allo
svolgimento di altre attività che devono concorrere a rendere più feconda la
celebrazione del giorno del Signore.
Pensiamo in particolare al gran numero di Messe «concorrenziali», e comunque
contemporanee, nei centri storici, e al continuo succedersi di Messe in alcune
chiese delle nostre città.
33.
In ogni caso, la pur debita attenzione alle giuste esigenze dei fedeli non deve
spingersi fino al punto di compromettere la verità della celebrazione festiva e
lo svolgimento armonioso dei tempi e dei ritmi dell'anno liturgico.
Pertanto occorre tener conto delle indicazioni seguenti:
- si abbia grande attenzione per le celebrazioni del Vescovo nella chiesa
cattedrale e si privilegi la celebrazione dell'assemblea parrocchiale;
- le Messe per gruppi particolari si celebrino di norma non di domenica, ma per
quanto è possibile nei giorni feriali; in ogni caso le celebrazioni degli
aderenti ai vari movimenti ecclesiali non siano tali da risultare precluse alle
comunità;
- i religiosi, nel rispetto della loro caratteristica presenza nella Chiesa,
siano nella comunità cristiana qualificati promotori di spiritualità e di
educazione liturgica; evitando iniziative non conformi alla normativa canonica e
pastorale, collaborino a edificare l'immagine dell'unità e della comunione
della comunità cristiana nei giorni festivi;
- si eviti di inserire troppo frequentemente le celebrazioni battesimali nelle
Messe della domenica, e si concentrino piuttosto in alcune domeniche dell'anno
(ad esempio, una volta al mese);
- la celebrazione dei matrimoni di domenica sia contenuta entro i limiti di vera
opportunità pastorale evitando sia un'eccessiva frequenza che finirebbe con il
disturbare lo svolgimento della liturgia domenicale, sia la moltiplicazione di
Messe apposite che rischierebbero di intralciare il normale svolgimento delle
celebrazioni domenicali;
- i pastori educhino i fedeli ad avvicinarsi al sacramento della Penitenza al di
fuori delle celebrazioni eucaristiche domenicali; essi stessi si rendano
disponibili per questo ministero in altri momenti più opportuni;
- La celebrazione delle «giornate nazionali o diocesane» che invitano i fedeli
secondo la prassi apostolica (cf 2 Cor 8-9)
a farsi carico con la preghiera e con la propria offerta delle necessità dei
fratelli, non deve tuttavia arrecare pregiudizio allo svolgimento della liturgia
e dell'omelia della domenica.
Le
Messe nel vespro dei giorni precedenti la festa
34.
Un
richiamo particolare meritano le Messe nel vespro dei giorni precedenti la
festa.
Liturgicamente il «dies festus»
comincia con i primi vespri del giorno precedente la festa; così il sabato sera
dal punto di vista liturgico, è già domenica.
Dimenticare questo dato fondamentale potrebbe far nascere inconvenienti
pastoralmente rilevanti. Per questo richiamiamo quanto segue:
- ogni Messa feriale del sabato e del giorno precedente una festa di precetto è
da considerare festiva: la liturgia sarà sempre quella della domenica o della
festa
e la celebrazione avrà la stessa solennità di quella del giorno seguente, né
mai dovrà mancare l'omelia;
- non si faccia ricorso a tale celebrazione se non in caso di effettiva
opportunità pastorale; dove questa opportunità non si verifichi, si
preferiscano alla celebrazione eucaristica altre forme di culto (ufficio di
vespro, celebrazioni penitenziali, liturgia della Parola, ecc.);
- in ogni caso non sia mai celebrata nel pomeriggio la Messa del sabato o del
giorno corrente.
La
Messa in televisione
35.
Una parola a parte merita la Messa radio o teletrasmessa. Avversata da alcuni,
essa è spesso vissuta con partecipazione e devozione dal malato, dall'anziano,
o da chi si trovi comunque nell'impossibilità di recarsi personalmente in
chiesa. E proprio a questi ultimi essa può offrire un servizio spiritualmente
assai utile. Anzi, è soprattutto a queste categorie di persone che bisognerà
pensare nella preparazione di quelle Messe, nell'omelia, nelle intenzioni della
preghiera universale.
Chi per seri motivi è impedito, non è tenuto al precetto. D'altra parte, la
partecipazione alla Messa alla radio o alla televisione non soddisfa mai il
precetto.
Tuttavia è evidente che una Messa alla televisione o alla radio, che in nessun
modo sostituisce la partecipazione diretta e personale all'assemblea
eucaristica, ha i suoi aspetti positivi: la Parola di Dio viene proclamata e
commentata «in diretta», e può suscitare la preghiera; il malato e l'anziano
possono unirsi spiritualmente alla comunità che in quello stesso momento
celebra il rito eucaristico; la preghiera universale può essere condivisa e
partecipata.
Manca certamente la presenza fisica, ma l'impossibilità di portare un'offerta
all'altare non esclude quella di fare della propria vita (malattia, debolezza,
memorie, speranze, timori) un'offerta da unire a quella di Cristo. E
l'impossibilità di accostarsi al banchetto eucaristico può essere oggi
superata , in molti casi, dal puntuale servizio dei ministri straordinari della
Comunione.
Non
c'è solo la Messa
36.
Il
giorno del Signore ha il suo centro nella celebrazione eucaristica, ma non vive
solo di questa. Accanto all''Eucaristia c'è l'ufficio di lode, l'adorazione
silenziosa o solenne e le altre forme di pietà che la tradizione ci ha
consegnato.
L'ufficio divino ai laici: è questo uno dei frutti della riforma liturgica.
Comunitaria o individuale, la lode del cristiano consacra lo scorrere del tempo
e la vita dell'uomo. L'Ufficio delle Lodi e dei Vespri rappresenta i momenti
decisivi di questa spiritualità.
Le
opere dell'ottavo giorno
37.
Accanto alla preghiera, va posta la carità, segno vero ed efficace della
presenza di Cristo risorto tra i suoi.
Già in maniera del tutto naturale la domenica è per molti cristiani il giorno
in cui è possibile dedicare un po' di tempo ai parenti e agli amici, ai malati,
ai lontani.
Si tratta di gesti profondamente umani e cristiani allo stesso tempo: tante
persone si accorgeranno solo da una visita, da un sorriso ricevuto che è
domenica anche per loro.
È necessario riconoscere il
valore di queste azioni perché l'egoismo della «vacanza» non venga a spegnere
questa luce di carità e di fede.
38.
Lo stesso si dirà della tradizionale pietà per i defunti, espressa dalla
visita domenicale al cimitero; se ben compresa, essa si iscrive in quella
visione di fede che fa della domenica l'annuncio dell' «ottavo giorno»: quel
sereno pellegrinaggio non è solo rimpianto per la persona estinta; è anche, e
soprattutto, un atto di fede, una professione di speranza. La consapevolezza
d'un legame che sopravvive alla morte, nell'attesa dell'incontro definitivo,
ultimo, felice, del giorno eterno su cui non scende mai tenebra, nel quale non
ci sarà più né morte né separazione.
CONCLUSIONE
39.
Perché la domenica torni ad essere tutto ciò che si è detto, saranno
necessari molto tempo e molto lavoro. Le trasformazioni culturali non sono
facilmente reversibili.
Non è realistico ipotizzare un ritorno al passato. La nostra domenica è molto
diversa da quella dei nostri nonni, e quella del Duemila sarà diversa ancora
dalla nostra.
Ma attraverso tutte le pur necessarie trasformazioni sociali e culturali, non
potranno mai venire meno, nella domenica del cristiano, quei caratteri e quello
spirito che hanno fatto di questo giorno «il signore dei giorni».
40.
Perché questo avvenga, dovremo essere capaci di restituirgli il suo carattere
più vero, più proprio: il volto gioioso della vera festa.
Probabilmente non basterà curare meglio la celebrazione eucaristica; e nemmeno
punteggiare la giornata di momenti di preghiera e nemmeno fare visite ai
conoscenti, ai malati, al cimitero. Tutto ciò è necessario, ma non basterà.
È necessario tornare a «far
festa». E «festa» è letizia, volontà di stare insieme, gioia di parlarsi e
di prolungare l'incontro, è convivialità, è condivisione, è riposo, è anche
sano divertimento. Tutto ciò è autentico quando si radica nella gioia
cristiana; nessuna festa è vera, se non si esprime nella letizia che viene
dalla comunione con Dio, che edifica e sorregge la comunità ecclesiale, che è
segno di speranza da dare al mondo.
41.
Non è compito di questa Nota dire
come questo può tradursi nella pratica domenicale delle nostre comunità. Era
nostro dovere però indicare la strada. Alle parrocchie, alle comunità, alle
famiglie, ai gruppi e movimenti ecclesiali, tutti ugualmente sorretti ed animati
dalla carità e dallo Spirito di Cristo, al loro entusiasmo, al loro coraggio e
alla loro fantasia creatrice è affidato il compito, grave ed urgente, di
restituire al giorno del Signore tutta la sua pienezza di cristiana umanità.
Roma,
15 luglio 1984,
XV domenica del Tempo Ordinario
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